5 maggio

rivendicato la mia indipendenza ponendo fine alla catena

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Verso Lourmarin alla ricerca di Camus

Proseguo il mio viaggio da Nizza verso la parte alta della Provenza dirigendomi oltre il verde ancora luminoso del Luberon.
Lo attraverso quasi in punta di piedi essendo una delle poche macchine che decidono di prendere questa tortuosa strada; prima ulivi, distese di ulivi lungo strade belle e dritte poi tonnellate di lavanda già raccolta che coprono i grandi prati e campi attorno alla abbazia di Senanque. Una regolarità che mette ordine a tutte le cose.
Passo il paese arroccato di Gordes scegliendo la via più panoramica, ammiro le terrazze di case perfette che guardano il Luberon e riprendo la via verso il paese successivo di Roussillon in direzione Lourmarin.
Bisogna passare una foresta di cedri prima di varcare la soglia di quello che Albert Camus scelse nel 1958 come luogo di rifugio. L’anniversario del centenario della nascita del premio Nobel viene esaltato appena si cammina lungo il viale alberato che accompagna l’entrata al paese; le prime indicazioni sono per raggiungere il cimitero dove è sepolto accanto alla moglie.
Mi dirigo verso il cimitero. Chiedo indicazioni ad un anziano signore in bicicletta che, gentilmente, mi dice di non essere molto lontano e che a piedi saranno dieci minuti. Vento e sole disegnano una giornata limpida e meravigliosa che spiegano, in qualche modo, la decisione di rifugiarsi qui.
Cammino, trovo il cimitero. Albert Camus é segnalato con cartelli all’ingresso. Una ventina di passi e la trovo. Semplice, una pietra grezza con il nome inciso in grande e le date: 1913-1960.
Qualche turista americano posa piccole pietre sulla lapide.

Le Monde, Le Figaro e Le Point hanno dedicato numeri speciali allo scrittore filosofo in occasione dell’importante anniversario: sfogliandoli si leggono articoli di approfondimento, inserti con fotografie che ritraggono Camus al lavoro, durante comizi o interventi a cui era invitato, nella casa acquistata a Lourmarin.
Una tra le foto che mi colpisce lo riprende a tavola in compagnia di Michel Gallimard sorridente e abbronzato. Emblema di un’amicizia e di una forte relazione professionale che li vedrà vicini sino alla tragica morte.

Per ogni libreria francese si trovano esposizioni che privilegiano tutte le ristampe dei libri di Camus insieme alle nuove pubblicazioni come, per esempio, un interessantissimo album suddiviso in tre grandi parti ( Mediterraneo, Europa e Mondo): “Le monde en partage”. Itinerari, viaggi, ricordi scritti da Catherine Camus; un percorso sensibile ed originale sulla vita e le opere dello scrittore.
Raccolte, lettere, libri fotografici, DVD, profili biografici: mi sembra un giusto atteggiamento che onora l’opera e la persona di un simbolo della Letteratura.
Quello che spesso non mi è capitato di notare per grandi autori italiani del novecento.

Un atteggiamento “celebrativo” a larga diffusione che colpisce considerando che persino le edicole hanno attrezzato uno spazio apposito per la vendita dei libri di Camus.

In questi giorni mi trovo in un paese che da anni difende la cultura proteggendo le librerie cercando di non farle chiudere. Come? Con leggi del Parlamento francese. Semplice. La prima difesa nei confronti delle librerie viene dal 1981 ed è di queste settimane la proposta legislativa di definire concorrenza sleale la consegna gratuita dei libri da parte di Amazon.

Ma questa é un’altra storia di un altro paese dove l’humus culturale é stato sempre alimentato dallo Stato e l’impegno politico é sempre stato a difesa del settore librario.

Riscoperta di un grande classico: Bruce Chatwin

Ho scelto Chatwin.

Qualche giorno fa ho toccato Nizza, splendida e solare, dove Chatwin scelse di finire serenamente i suoi ultimi giorni in compagnia della moglie Elisabeth.

Parto da qui: strana e contrastante la decisione del viaggiatore-nomade per eccellenza di chiudere la sua partita con la vita in modo così stanziale in un luogo di riposo e tranquillità.

Ne possiamo capire le ragioni, ovvio; la malattia lo stava consumando e nemmeno così lentamente. Le forze di un tempo non molto lontano si erano ormai affievolite.

Nizza-Patagonia.

La fine e l’inizio.

Il suo primo libro riapre letterariamente il viaggio. Molti grandi autori si sono divertiti nel narrare le proprie vicissitudini durante un viaggio o descrivendo modi diversi di vedere le cose da un paese che poco conoscevano: Dickens in America, Goethe in Italia per esempio o Stendhal, Hemingway, Dos Passos.

Ma Chatwin ad un certo punto riesce a trasferire la sua passione per la scoperta , ridà luce alla pura narrativa di viaggio che è vero essere un genere a sè. Lo fa in modo diretto, spontaneo senza macchinazioni stilistiche o vezzi da scrittore in cerca di fama. Sceglie di andare, scoprire, conoscere e lo racconta.

Istantanea capacità di osservazione di cose e persone che “normalmente” non riusciremmo a vedere e a fermare con la penna. Lui ci riesce.

È malato di curiosità, non ce la fa a stare fermo e viaggia.

“Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due?”

L’unico suo rifugio sarà un appartamento che comprerà e sistemerà con alcuni pezzi provenienti dai suoi viaggi e dove si raccoglierà per scrivere a macchina tutto quello che poi avremo la fortuna di leggere.

“Anatomia dell’irrequietezza” che avevo perso e che ho scelto di leggere, aiuta a conoscerlo: ci sono racconti, recensioni (molto interessanti), diari. E ancora incontri con illustri personaggi da André Malraux a Nedezdna Mandel’stam.

Qualche settimana fa Adelphi ha pubblicato “Alternativa nomade”, la raccolta di lettere tra il 1949 e il 1989 inviate ad amici (tra i quali Susan Sontag), alla moglie, ai genitori. Le si potrebbero sfogliare e leggere insieme a un libro a scelta di Chatwin come ho deciso di fare qualche giorno fa. Avrete la sensazione di avvicinarvi ad una persona semplice e molto determinata con un sogno, quello di viaggiare e di raccontare, che si è avverato.

Richiuso nel cassetto un po’ troppo presto: Bruce Chatwin muore a soli 48 anni colpito dal virus dell’AIDS.